Ceramics of the Phoenician-Punic world: collected essays - pagina 4

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In ‘Observations on the Late Bronze Age and Phoenician-Punic Pottery in Malta’ (pagg.397-432), a firma di Claudia Sagona (Centre for Classics and Archaeology, The University of Melbourne), si analizza il contesto dell’Arcipelago maltese, situato lungo la traiettoria delle più importanti rotte marittime est-ovest che ‘would appear to have attracted Levantine -Phoenician- settlers from an early date’.
L’Autore, basando l’analisi sulla produzione ceramica rinvenuta nei recenti scavi di centinaia di tombe fenicio-puniche (Sagona 2002) cui si può attribuire una precisa cronologia relativa (grazie alla presenza di oggetti-chiave, ad esempio, ceramica greca), intende mettere a fuoco questa più antica interfaccia di contatto ‘when east met west on the island’ (‘Melitan Period of Malta’): ‘I have argued that there is enough evidence to indicate that Malta experienced contact from the western Mediterranean well before systematic settlement -a Phoenician colonisation, or a ‘colonial period’- took place’, sebbene altri studiosi osservino un coinvolgimento dell’Arcipelago maltese in una fase più tarda ‘in the Phoenician westward movement’.
Alle pagg.405-406 una eloquente tabella comparativa ‘Bronze Age and Melitan Period Sequence in Malta’ (con ordine cronologico decrescente: dal Tarxien Cemetery II A al Melita VI) che, per il Cultural Period Bronze Age, utilizza ‘Sicilian Comparisons’, come proposte in Tanasi 2008 (Castelluccio, Thapsos, Pantalica).
Il capitolo ‘The Bronze Age repertoire before Phoenician contact’ inizia con una precisazione circa i frammenti ceramici recuperati sul pavimento della capanna 2 (scavi Trump nel type-site Borġ in-Nadur, sito eponimo) che attribuiti al ‘late Borġ in-Nadur (II B 3)’, invece, ‘may have more to do with the declining Tarxien Cemetery period’, pertanto, esulano dall’argomento riguardante più strettamente la fase di contatto o quella immediatamente precedente.
L’Autore ritiene, pertanto, opportuno partire dall’analisi (ware and shape) della ceramica Borġ in-Nadur II B 1 (precisando che Borġ in-Nadur II B 2 ‘might be classed as Middle to Late Borġ in-Nadur as well as Baħrija pottery repertoires’); sempre fatta a mano, ‘often red-slipped and burnished inside and out’, con vernice, talvolta, annerita o per il processo di cottura o a causa dell’uso; in sezione ‘dark grey to black medium coarse clay’; decorazione lineare incisa profonda, ‘clusters of three to four lines’ chiuse da un puntinato, linee orizzontali al di sotto dell’orlo e oblique sulla parete, riempite di pasta bianca; motivi che cessano negli anni finali del II B 2, ‘the Late Borġ in-Nadur Period’ (‘Mtarfa pit evidence’).
Il repertorio formale contempla forme coniche e biconiche, con anse sormontanti, o in forma di T (T-shaped handle); esemplari più tardi di brocche (jugs) sono indicate come ‘gourd-shaped’.
Periodo attestato anche nei siti di Tas-Silġ e Għar Mirdum grazie a recenti ritrovamenti.
L’Autore, pertanto, sottolinea che trattasi di una fase (Borġ in-Nadur Period II B 1) anteriore ai primi contatti del mondo fenicio col Mediterrano centrale, contatti che, invece, cominciano ad essere attestati nel Late Borġ in-Nadur Period: ‘Instead traces of the Late Borġ in-Nadur wares -shape, fabric and technique- can be identified among the earliest Melitan, Phoenician period tombs’.
L’Autore esamina, poi, il caso di Għar Mirdum, ‘a time capsule for the Early Borġ in-Nadur Period on the island’, ‘a cave site’ nel sud dell’isola, sigillato dal crollo della volta, solo sommariamente indagato dagli speleologi nel 1965, con l’assistenza di F. S. Mallia (Curator of Archaeology, National Museum of Archaeology), che ha restituito ceramica del periodo II B 1, sebbene i livelli superiori abbiano restituito ceramica punica, ‘that may be the remains of a cremation burial’, inquadrabile, stando alla descrizione delle forme, nel Melitan Punic Phase IV.
Tra la ceramica dell’Età del bronzo, Mallia riconobbe anche ‘three imported sherds that were identified as Castelluccio painted ware’, che, nel caso in cui lo scavatore si riferiva all’Early Bronze Age, i frammenti ceramici della cultura di Castelluccio sarebbero da considerarsi contemporanei al Tarxien Cemetery Period di Malta; l’Autore propende per un riesame dei frammenti in questione, di cui almeno uno sarebbe stato, invece, interpretato come Miceneo, tuttavia,‘equally pointing to an early date for the material’.
Altra forma, sempre da Għar Mirdum, oggetto di più specifica analisi formale e cronologica (Fig.5:1, pag.409), ‘a pedestalled cup or lamp that appears to have had a handle from the rim (probably spanning down to the foot of the vessel)’, molto simile alla forma ritrovata nella ‘Hut 2 at Borġ in-Nadur’ (Trump’s II B 3), ma che l’Autore propone di riassegnare agli anni finali del Tarxien Cemetery Period. ‘A link between the Early Borġ in-Nadur and Tarxian Cemetery folks was mooted by Trump in his discussion of the site’s cultural artefacts that were present within the settlement walls of Borġ in-Nadur’. Quanto alla forma suddetta Tanasi la allinea, nell’ambito del Middle Bronze Age della Sicilia, alla fase Thapsos II (TE IIIA2) 1400/1380 - 1310/1250 a.C., con un solo frammento, ora perduto, dagli scavi Orsi (tomba 1).
L’Autore precisa che la cronologia del sito di Għar Mirdum ‘within the Early Borġ in-Nadur’ è dovuta anche ad ‘an apparent lack of Late Borġ in-Nadur’; la ceramica, difatti, subisce una evoluzione, elementi plastici applicati (barre e crescenti) sostituiscono progressivamente i clusters di linee incise ed il puntinato, caratterizzando ‘a later phase of development’ (Fig.6: 2,3); così come nel trattamento della red slip ware diventa meno comune il ‘burnishing’.
Altri dati da un contesto sigillato a Tas-Silġ (scavi dell’University of Malta) con frammenti di ceramica micenea IIIB (1330-1200), associati a ceramica Borġ in-Nadur II B 1, con ‘red slipped burnished variety’, nonché White Gritty Ware, che era la ‘domestic cooking ware’ dell’epoca, ed altri frammenti di ‘coarse storage vessels’; assenza, invece, di ‘red slip ware (Chalky Reddish Yellow Ware) of the Late Borġ in-Nadur period’. Le evidenze materiali, inoltre, non permettono di confermare l’esistenza di una occupazione a mezzo di una struttura templare, come era uso da parte di ‘Phoenician settlers’, della collina di Tas-Silġ, né di un insediamento.
Altro contesto significativo ‘with material from Baħrija is Trump’s II C repertoire with its traits that do reflect Late Borġ in-Nadur shapes as defined by a pottery cache found at another site, Mtarfa pit found nel 1939’. La forma miniaturistica di tazza monoansata, con ansa ad anello e bugne sulle spalle, precorre una morfologia presente ‘in early Melitan Phoenician tombs’.sagona_miniature_pot
In conclusione i contesti di Għar Mirdum e Mtarfa pit rappresentano il floruit e le fasi finali del Borġ in-Nadur period, più di quanto questo non sia rappresentato nel sito eponimo stesso.
Nel capitolo ‘The pottery repertoire during the Bronze Age-Phoenician Interface period’ l’Autore analizza alcuni tipi di pottery ware (e relative implicazioni) sintomatiche di quella delicatissima interfaccia di contatto degli anni finali dell’Età del Bronzo.
Il contesto, oggetto di analisi, è il Mtarfa pit, espressione del Late Borġ in-Nadur, ‘with the intriguing addition of a double nozzled lamp in the Phoenician tradition’; elemento di novità già osservato e correttamente interpretato dal Ward Perkins negli anni 1938-39, per, poi, essere dallo stesso ridimensionato qualche anno dopo; l’impasto di questa tipica lucerna fenico-punica trova confronti con la Chalky Reddish Yellow Ware (hand-made), attestata in ‘Mtarfa pit’, tipico materiale del Late Borġ in-Nadur (l’Autore interpreta questa ware come espressione delle popolazioni indigene sebbene influenzata dalle nuove forme used by foreign traders and settlers pagg.416 e 417 that mimic Levantine forms), caratterizzata da una superficie matta reddish yellow erosa e polverosa al tatto e dark clay at the core in brownish grey hue and surfaces fire to reddish colour suggesting firing techniques, talvolta, slipped in reddish clay that is mottled.
Le forme sono large jars, lids with finger impressed pie-crust edge, bowls, a round-bodied jug with tall neck swelling in the centre (tutte rappresentate in Fig.3).
Altro materiale riscontrato nel Mtarfa pit è a thin walled and hard-fired pottery type decorata da linee incise a zig-zag sulle spalle, dal disegno alquanto sommario, già notato a Tas-Silġ e Borġ in-Nadur, di cui l’Autore dice che ‘from the sherds found the Mtarfa pit, we can argue that this thin-walled variant was still being produced in the closing years of the Borġ in-Nadur’; essa è assegnata da Marray e Trump alla Phase II B 2 di Borġ in-Nadur ed è assente dalla SU 2169 a Tas-Silġ, SU caratterizzata ‘by the earlier Borġ in-Nadur Slipped Ware’ la cui datazione è suffragata da importazioni egee (del Miceneo IIIB) che permette di collocare il contesto al XIII secolo; pertanto, l’Autore suggerisce che ‘the Borġ in-Nadur thin-walled variant in fact emerged during the II B 2 phase, a phase that could be referred to as the Middle Borġ in-Nadur period, e, data la scarsa evidenza nelle tombe fenicio-puniche di Malta, ‘we can assume that it was not a common product within Late Borġ in-Nadur’.
Quanto alle importazioni di red slipped ware (wheel made) dall’Oriente Levantino (‘wide rimmed plates, conical necked jugs that would have trefoil rims, and bulbous bodies and bowls with everted rims’), sebbene, in modeste quantità, esse sono state recuperate a Tas-Silġ (identificate da Núñez Calvo come tipica ceramica da Tiro), mentre Vives-Ferrandiz per la particolare forma, non indigena, wide-rimmed plates (in Spagna) ha ipotizzato un mutamento di consuetudini alimentari.
I corredi funerari ampliano il range delle forme; tra esse ‘disc topped (neck ridge) jugs’ (Fig.7:14), varianti delle ‘so-called mushroom-topped jugs’, ‘calling card of the Phoenicians’, come definite da Bikai (1978), tipiche nei corredi funerari; piatti ad ampio orlo, vasca profonda e separata da una pronunciata risega; ‘large and baggy urns’; nonché lucerne profonde con pareti spesse a 2 becchi.
Oltre alla Chalky Reddish Yellow Ware è attestata in questa fase una Hand-Made Pink Buff Ware: bowls, trays, pans (Fig.7:4,5), vasellame di uso domestico attestato a Tas-Silġ ma assente nei contesti funerari; fenomeni di hybridisation si riscontrano, poi, nella forma wide rimmed vessel, ma, hand-made, e in bowls with everted rims, ma con vernice pale brown invece che red slip. Fase questa di contatti pre-coloniali, sebbene, a Malta, i corredi funerari (archaic Melitan Phase I), diversamente da altri contesti (Spagna, Sardegna, Sicilia, e nord-Africa), sono privi di oggetti importati dall’Oriente levantino, è tuttavia attestata una produzione locale di forme tipicamente fenicie.
L’Autore dopo avere esaminato ‘the pottery repertoire in the interface period’, analizza nel capitolo seguente ‘Aspects of the local pottery repertoire after phoenician colonisation’, il repertorio ceramico a Malta alla luce dei new cultural trends, che innescano cambiamenti culturali e relativa produzione di innovative forme ceramiche (tripod bowls, small oil flask, trefoil-mouthed jugs, disc or mushroom-topped jug, incense burners, lamps); un esempio può essere la forma di tazza aperta, ampia e, talvolta, con omphalos al centro, con decorazione dipinta ad imitazione degli intrecci di vimini (Fig.8:6,7), che, se risente, per certi aspetti, di prodotti indigeni, riecheggia, quanto alla forma, influenze straniere; nonché la tazza monoansata che prodotta a mano, inizialmente (Fig.8:2,3), sembra, poi, essere realizzata al tornio (Fig.8:4,5).
Ulteriori dati provengono da una tomba trovata a Mellieħa (Fig.7 pag.412) che sicuramente ospitava un ‘foreign settler or someone with very firm links to the homeland’, il cui corredo ceramico presenta stringenti confronti con sepolture della madrepatria, Tyre Al-Bass (Period IV, inquadrabile tra la seconda metà dell’VIII sec. e gli inizi del VII a.C.).
In particolare, l’urna cineraria e relativa disc top jug (l’urna rientra nel Local Craters group, Subtype Cr F1f di Núñez Calvo, databile al Period IV di Tyr Al-Bass, e sembra essere un adattamento di una forma micenea); la brocca, neck-ridge jug, a vernice rossa, con orlo a disco ‘rather square cut and angular at the edge’ manca dei filetti dipinti nella zona superiore del collo, presenti, invece, a Tiro; la piriform jug (Fig.7:7) trova analogo confronto da Tiro Al-Bass.
Le bowls dalla tomba di Mellieħa trovano confronto con le forme CP 6a e CP 2b (secondo la classificazione di Núñez Calvo), nonché con la CP5 category di Tiro Al-Bass, tutte ricadenti nel Period IV (Iron Age II) databile dalla seconda metà dell’VIII agli inizi del VII a.C..
Altra forma interessante ‘the single-nozzle form is otherwise better represented (although not in great number) in other early Phoenician settlements in the central and western Mediterranean and was certainly the preferred form in the Levantine homeland’, con confronti dallo Stratum X agli Strata II-III dell’abitato di Tiro e non dalla necropoli, forma, poi, affiancata dalle double-nozzled lamps, deposta a Malta in modo consistente nelle tombe (con forme che decrescono nel tempo in termini di capacità e dimensione: Fig.9:1-7). L’Autore, inoltre, afferma che ‘I have argued elswhere that the twin nozzles embodied a symbolic value in connection with funerary practice, certainly in Malta…the particular pottery combination of lamp, cover plate and urn satisfied a desire to create a three-dimensional representation of the enigmatic Tanit sign (Fig.9:12)’.
Infine, la forma ‘small one-handled pot with opposing knob on the shoulder’ risalente all’Età del Bronzo, rappresenta ‘a common shape in the early tombs of the first millennium…it provides a valuable link between cultures’. ‘Culican made the following comments in regard to the origins of the small handled pot -I am inclined to see, in Malta at least, the genesis of the knobbed cooking pot as either specifically local or stemming from an African per-Phoenician tradition-‘.
Forme nuove introdotte dagli immigranti (in certi casi con un breve ciclo di vita) finalizzate ad assolvere a nuove esigenze funzionali e rituali che si affermano progressivamente (tripod bowl che appaiono contemporaneamente ad oil bottles nei contesti funerari per la preparazione di unguenti o medicamenti, o come ‘Vives-Ferrandiz suggests a fundamental change in “patterns of consumption” to include, for instance, wine’ ipotesi confortata dall’associazione del tripod bowl con le anfore; nonché ‘tall necked beaker’, cd. vase à chardon, forma nuova che non si riscontra nel repertorio preistorico maltese, ma a cui viene data un impronta locale mediante la decorazione pittorica che imita ‘basket pattern’), forme indigene ma realizzate con nuove tecnologie, evidenze materiali tutte foriere di trasformazioni culturali.
In ‘Established phoenician-punic pottery repertoire’ l’Autore puntualizza gli aspetti salienti del repertorio ceramico nei periodi successivi alla fase dei contatti pre-coloniali ed a quella dell’arrivo dei coloni fenici fino allo sviluppo di una Melitan Punic society, che vede nell’ambito della produzione ceramica gradi di sperimentazione e adattamento fino ad arrivare al gruppo omogeneo ed ampio della Crisp Ware, con sottocategorie (sub-category Coarse Grey Ware, wheel-made, con forme, attestate nei corredi funerari del Melitan Late Phase I-Phase II, quali large storage jars, jugs with wide necks and trefoil rims, bowls with near vertical rims and off-set carinated profiles; red slipped were replaced by very pale yellowish grey to grey slip matt).
Altre fabrics vengono considerate stadi sperimentali in direzione della Crisp Ware, che viene definita ‘the hallmark of the Melitan Punic Period’: White Gritty Ware; Biscuit Ware.
‘Bichrome, polichrome and black paint’ diventano quasi inesistenti nel repertorio maltese.
La Crisp Ware non è facile da classificare assumendo essa molti diversificati aspetti: l’argilla varia dal grigio (under-fired) al rosso pallido e fino al rosso scuro, ma può assumere anche un colore verde brillante o grigio bluastro, l’impasto è coarse clay con inclusi: granelli di sabbia, inclusi neri lucenti, frammenti di gusci, ‘Vessels are hard-fired and have a crisp clink when topped’; la superficie è slipped, o self-slipped, lo strato coprente, più o meno sottile, è smoothed; nel tardo Melitan Phase III Period è spesso burnished, quando applicata a coppe, tazze e lucerne (sotto-categoria Thick-Slipped Ware); il colore varia da pale greyish yellow, pale yellow, pinks to red; eccetto la Thick-Slipped Ware, la superficie, di solito, è opaca, con bande rosse dipinte al tornio.
Le forme subiscono una contrazione nella Melitan Phase II per, poi, espandersi di nuovo nelle fasi III e IV. Nell’ambito del corredo funerario si individua un ‘basic shape range’ (‘large jars or urns, wide necked jugs with trefoil lip, bowls…, wide-rimmed plates, two-handled cups modelled on Greek forms, lamps with their twin nozzles’), spariscono dal repertorio i ‘thistle-headed beakers’, tripod bowls, small bulbous oil flasks.

 



Il contributo scientifico ‘Typological and Morphological remarks upon some vessels in the repertoire of Pottery in Punic Malta’ (pagg.433-450) è a firma di Alessandro Quercia (Superintendence of Archaeological Heritage of Piemonte and Museum of Egyptian Antiquities, Italy).
L’Autore, dopo una sintetica rassegna degli studi sulla ceramica punica di Malta (Caruana, Mayr, e Zammit; Baldacchino; Ciasca; e più recentemente, Pablo Vidal González; Claudia Sagona), propone un’analisi tipologica e cronologica di alcune morfologie (plates, cups, bowls, small plates and small cups), da tombe e da contesti sacri, del repertorio punico maltese tra V e I sec. a.C..
L’Autore prende in esame 8 tipi della forma ‘plate’, caratterizzati da un’ampia tesa, di nuova introduzione nel repertorio maltese (Fig.1, pag.436), in Red Slip Ware, classe ceramica già ampiamente diffusa tra l’VIII ed il VI sec.a.C..
Il tipo 1 è caratterizzato da una tesa con orlo arrotondato (proviene dal contesto di Tas-Silġ, dove appare nel V sec. a.C., ma anche da contesti funerari datati tra 510 e 300 a.C.; piatti simili da Cartagine, dalla Sardegna, da Jardin); il tipo 2 con tesa con orlo indistinto o appiattito (molto comune nel contesto di Tas-Silġ tra il IV e la prima metà del III sec. a.C.; in ambito funerario si riscontra tra il 410 ed il 300 a.C.); il tipo 3 presenta un assottigliamento dell’orlo e vasca più piccola e profonda (Sagona colloca la prima apparizione del piatto nei contesti funerari maltesi del VI sec.; ma il tipo è attestato anche in seguito dal III a.C. al I d.C.; molti paralleli da contesti della Sardegna di V e IV secolo a.C.; il tipo, tra V e III sec. a.C., presenta una decorazione a bande concentriche in rosso o porpora sulla superficie verniciata della tesa; secondo alcuni studiosi sarebbe stato modellato ‘on fish-plates of Greek or South-Italian production’, ma c’è anche chi sostiene un’origine punica della forma greca che, poi, di rimando, avrebbe determinato ‘un’influenza di ritorno sulla produzione punica’); il tipo 4 con estremità indistinta e curvilinea (è forse già introdotto nel IV sec. a.C., trova paralleli da Cartagine, dalla Sardegna, da Leptis Magna); il tipo 5 ‘with a thinner and longer wall and an offset rim’; il tipo 6, ad orlo ispessito, presenta un semplice solco al posto della depressione centrale; il tipo 7 ad orlo pendulo e sezione triangolare; nel tipo 8, invece, il solco scompare ed il piatto assume quasi la forma di una tazza.
L’Autore passa, poi, all’analisi della forma ‘cup’, differenziando anche qui 8 tipi (Fig.2:1-8): i tipi 1 e 2 sono emisferici ad orlo assottigliato, con o senza anse orizzontali a sezione rotonda, con superficie ‘red polished clay’, o ‘creamy and pinkish white slip…the internal surface can be decorated by thin concentric, red or purple bands’; presenti sia nei contesti funerari sin dalla fine del V sec. a.C., e più frequentemente nei secoli V e IV, che nei depositi votivi di Tas-Silġ; per Antonia Ciasca tale morfologia è modellata a partire da modelli greci a vernice nera, mentre il trattamento della superficie segue la tradizione maltese; il tipo 3, ad orlo assottigliato, vasca profonda e base piatta, privo di decorazione a bande, sulla scia della tradizione formale punica (A. Ciasca individuava, invece, possibili confronti con le forme della vernice nera di V-IV sec. dalla Grecia), attestato a Tas-Silġ, ma assente nei contesti funerari; i tipi 4 e 5 (ad orlo ispessito, il 4, con confronti da Cartagine, Nora e Mozia; assottigliato ed incurvato verso l’interno, il 5) diffusi tra V e III secolo a.C., dipendono da modelli greci; i tipi 6-8, coppe tronco-coniche con pareti espanse, a base piatta o indistinta, assenza di ‘evenly polished slip’, sono i più diffusi nei depositi di Tas-Silġ tra II e I a.C..
Segue l’analisi della forma ‘bowls’ (di cui il tipo più comune è quello carenato, tipicamente fenicio, presente in Malta sin dall’VIII secolo, appartiene alla ‘Reddish Yellow Gritty Ware’, la superficie è ‘red slip or red bands painted on a pale slip’; il repertorio evolve con varianti nei secoli successivi e differente trattamento delle superfici: ‘characterised by a thick and uniform pink or yellow slip’).
Seguono l’esame di ‘small paltes and small cups’ e le ‘Conclusions’, in cui si ribadisce la peculiarità della ceramica maltese, la possibile derivazione di forme da modelli greci, i patterns relativi alla distribuzione delle forme (in relazione ai contesti).



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