La Gaule Narbonnaise

Autore: Pierre Gros
Titolo: La Gaule Narbonnaise. De la conquête romaine au IIIe siècle apr. J.-C.
Editore: Éditions Picard

Reviewed by Antonella D'Ascoli in June 2009

GROS Pierre. La Gaule narbonnaise. De la conquête romaine au IIIe siècle apr. J.-C. Paris, Picard, 2008. Cartonnage in-4 sous jaquette illustrée, 165 pages, nombreuses figures en noir et en couleurs. Index.

L La Gaule Narbonnaise. De la conquête romaine au IIIe siècle apr. J.-C., è opera di Pierre Gros, professore emerito dell’Université de Provence e dell’Institut universitaire de France, insigne esperto di architettura antica, e massimamente competente dei periodi ellenistico e romano. L’edizione francese, oggetto di questa presentazione, è apparsa nel giugno del 2008. L’opera dalla elegante veste editoriale è corredata da stupende illustrazioni, fotografie, disegni, mappe, tutti di qualità eccellente; è provvista, alla fine, di un Index, suddiviso in un Index de lieux (le denominazioni sono sia antiche che moderne, là ove possibile), un Index de personnes, un Index de termes (qui i termini specialistici sono in lingua francese e talvolta anche in latino, ad es. Auberge/Mansio) e di un’ Appendice. L’Appendice comprende la Bibliographie, le Abréviations, il Crédit Photographique, nonché l’Adresse de l’Auteur. La Bibliographie è ordinata in relazione alle sezioni in cui è suddivisa l’opera, nonché in base agli ambiti topografici di maggiore interesse; le citazioni bibliografiche contemplano sia opere generali che studi per ambiti topografici. Si nota, inoltre, che la bibliografia è abbastanza recente, difatti, le citazioni bibliografiche risalgono tutte al primo decennio del nostro secolo, e agli anni ’90 del secolo scorso, mentre solo qualche testo risale agli anni ’70 ed ’80. Quindi, bibliografia essenziale ed aggiornata, sintesi dello status quo degli studi.
L’organizzazione della materia contempla quattro ambiti con altrettanti approfondimenti: Naissance de la Gaule Narbonnaise; Organisation et Structure; Art Funéraire, Économie, Religion et Société; Conclusion.

La complessità delle problematiche trattate è mitigata dalla limpidezza del testo, di facile lettura e comprensione.

La pregevolissima pubblicazione, nel primo capitolo La Gaule Transalpine avant Rome, si apre con un sintomatico richiamo ad un passo del Pro Fonteio (5, 12-13) di Cicerone, il quale nel 70 a.C., sottolineava la grande diversità delle popolazioni che abitavano quella regione, già denominata dagli antichi Gallia Transalpina, e che diventerà vera e propria provincia (Narbonensis), intesa come entità amministrativa e territoriale, solo con la reductio operata da Augusto (questa è opinione condivisa anche dall’Autore).
L’Autore, quindi, immediatamente pone il lettore di fronte alla realtà, variegata e multietnica, di questo ampio territorio, trait d’union tra Italia ed Hispania, occupato, già prima dell’arrivo dei Celti, da un lato (Languedoc orientale e Provenza), dai Ligures, e oltre l’Oranos (Hérault), da popolazioni molto affini agli abitanti del sud dei Pirenei (a conferma di questa affinità, la metrologia ed i tipi monetali).
L’arrivo dei Celti provenienti, secondo i più recenti studi, più che dal paese degli Arvernes, dall’Italia settentrionale (Boi, Cenomani ed Insubri), che abitavano la valle del Po’ (come già segnalava Polibio), contribuisce non poco a mutare il quadro di riferimento; difatti, Strabone, che scriveva in età augustea (attingendo a Posidonio, le cui informazioni risalivano almeno alla fine del II secolo a.C.), parlava di Celtoliguri.
In relazione a questa nuova temperie culturale l’Autore richiama la produzione di una scultura monumentale di guerrieri e personaggi inginocchiati, ai quali, si attribuisce oggi una datazione alta, alla fine del VI - inizi V sec. a.C., grazie ai ritrovamenti (più puntualmente datati) di Vix in Borgogna e di Glauberg nella Hesse.
Ed in relazione a queste sculture nasce, più tardi (III-II sec. a.C.) una architettura monumentale che si ispira a forme greco-italiche, e che soppianta preesistenti strutture.
I Celti (Allobroges, Vocontii, Cavares, Salluvii, Helvii, Volcae) danno vita a grandi confederazioni.
Un forte e determinante ruolo di intermediazione economica svolge, poi, la colonia focea di Massalia, che irraggia nei territori circostanti la cultura ellenistica.
caviteMa l’Autore fa notare come certe forme plastiche, di chiara matrice ellenistica, si adeguano alle usanze delle rudi popolazioni locali, quando, nel fregio, stilisticamente ellenistico, di Glanum, vengono ricavati alloggiamenti (cavité céphaliforme) per la collocazione dei crani umani dei nemici decapitati ed esposti, pratica tipica di quel sistema aristocratico e militare (alla pag.11, la fig.5 mostra una carta di distribuzione di tale genere di ritrovamenti, concentrati principalmente nel paese dei Salii).
Anche i mercatores italici utilizzano, sin dal III secolo a.C., i canali di propagazione del commercio massaliota; la diffusione delle produzioni italiche, ad esempio, delle forme standardizzate della Campana A, delle forme più antiche (210-190 a.C.) o di quelle medie (190-100 a.C.), si avvantaggia, poi, anche del soccorso prestato da Roma alla colonia di Massalia contro i pirati liguri nel 181 a.C. e nel 154 a.C..
Non a caso l’Autore segnala come Massalia, al fine di agevolare gli scambi, mette in circolazione una dracma leggera, equivalente dell’asse romano, e rimpiazza l’obolo d’argento con una moneta in bronzo, corrispondente al sestante.
L’Autore si sofferma, inoltre, sul fenomeno dell’écriture gallo-grecque, scrittura greca adottata, tra l’inizio del II secolo a.C e la prima metà del I a.C., per trascrivere la lingua celtica, o meglio un suo dialetto; la diffusione di queste iscrizioni ha come epicentro Glanum e come diffusione circa 60 km. di raggio; la necessità di tale forma di comunicazione è letta dall’Autore come rispondente a bisogni economici reali e di approfondimento e diversificazione delle relazioni tra Marsiglia ed il suo retroterra.
Il prodotto più dinamico era, tuttavia, il vino; Massalia era stata a lungo centro di distribuzione dei vini greci verso i propri territori e verso tutta la Gallia meridionale; ma, ad un certo punto, questi vengono soppiantati dalle importazioni dall’Italia. L’Autore segnala l’incrocio di queste opposte tendenze nell’oppidum di Nages (Gard), negli anni tra il 175 ed il 150 a.C., in base all’evidenza dei materiali anforici, decrescente la presenza anforica connessa all’importazione del vino greco, e crescente quella connessa alle importazioni dall’Italia.
Solo negli ultimi anni del I secolo a.C. si assiste allo sviluppo di un vitigno locale che determinerà la concomitante produzione anforica delle Gauloises (a pag.121, fig.100 è una carta di distribuzione degli atelier produttori di anfore vinarie nelle Gallie, con forte concentrazione nella Narbonensis); i produttori dopo aver imitato le anfore italiche e le anfore augustee della Tarraconensis, e dopo aver creato, nel retroterra di Massalia, dei contenitori a fondo piatto, cominciano a produrre e a diffondere un tipo, la Gauloise 4, anch’essa a fondo piatto, che dalla metà del I sec.d.C. si afferma notevolmente per il suo volume e la sua leggerezza.
Per lo sfruttamento della viticoltura e la correlata produzione anforica si sviluppano vere imprese industriali e commerciali; l’Autore cita, tra l’altro, quella di Loupian, che doveva assolvere a tutta la filiera della produzione vinicola e della distribuzione, con villa residenziale e sue trasformazioni nel tempo, provvista di ambienti termali ed ambienti produttivi (la cella vinaria della capacità di 1500 ettolitri era provvista di 93 dolia), e impianti sul bordo dello stagno di Thau, nel sito detto Le Bourbon, comprendenti luoghi di stoccaggio, forni, una riserva di argilla, nonché una piccola istallazione portuale per la distribuzione del prodotto finito.
Di ampio respiro, poi, la trattazione centrale del fenomeno di monumentalizzazione dei centri urbani dopo la reductio, atto finale di una serie di interventi propedeutici, militari (al fine di sottomettere varie etnie) ed infrastrutturali (vie di comunicazione, tra cui la Via Domitia, la più antica via romana della Gallia, che riprendeva piste protostoriche; la via Iulia Augusta, prolungamento fuori dall’Italia della via Aurelia, che si potè realizzare solo dopo la completa sottomissione delle tribù liguri ad opera di Augusto nel 14 a.C.; o la via di penetrazione verso il nord, la cd. via di Agrippa, che seguiva la riva sinistra del fiume Rodano fino a Vienne, poi la riva destra fino a Lione; nonché istallazioni altrettanto strategiche quali i fora, tra cui Forum Domitii, Forum Voconii, Forum Julii), interventi, questi, finalizzati al controllo del territorio, culminanti con la resa e la conquista di Massalia ad opera di Cesare nel 49-48 a.C..
L’Autore passa ad esaminare le forme urbane.
Sintomatico è il caso di Glanum, che diventa colonia di diritto latino tra gli anni 22-14 a.C.; già Glanon, città della confederazione dei Salii, intorno alla metà del II sec. a.C. essa presentava caratteristiche tipiche di una città ellenistica, con bouleuterion, quadrangolare, agorà, trapezoidale, portici, ma nel 30 a.C. due templi gemini, poi circondati per tre lati da un portico su podio, si sviluppano ai danni del bouleuterion, che non aveva più ragione di esistere, essendo mutato lo scenario della gestione della cosa pubblica, così come la costruzione del foro determinò la previa distruzione dell’agorà.
La colonia romana di Narbo, capitale della provincia (caput provinciae), assume un impianto ortonormato con isolati di 100 mt. di lato, un cardo maximus, prolungamento urbano della via Domitia, ed un decumanus maximus (quanto a questa terminologia relativa agli assi viari principali, l’Autore, pur adeguandosi nell’adottarla nel corso della trattazione, tuttavia ne depreca l’uso, in quanto impropriamente utilizzata per analogia con i sistemi di centuriazione rurale); da segnalare il concetto espresso dall’Autore in relazione all’area più antica di Narbo, con funzioni commerciali ed amministrative (piuttosto che macellum), sostenuta da potenti costruzioni seminterrate, considerate impropriamente criptoportici, ma per l’Autore, horrea, realizzate in opus reticulatum, e di cui l’Autore dice: “…leur appareil en opus reticulatum, les désigne comme une fondation volue sinon contrôlée par le pouvoir, comme c’est toujours le cas pour les rares édifices où l’on observe l’emploi d’une telle techniques hors d’Italie, et datable de la seconde moitié di Ier siècle av. J.-C. …”.
A questo punto senza voler effettuare una sterile sintesi dell’ampia trattazione, ci limiteremo a segnalare alcuni elementi caratterizzanti gli interventi di età augustea e giulio-claudia in ambito urbano; l’Autore definisce ‘lieux du consensus’, il centro politico-amministrativo all’incrocio degli assi viari principali, e l’immancabile edificio degli spettacoli, teatro e porticus post scaenam.teatro
Il teatro, spesso, rievoca, nelle dimensioni e negli aspetti qualitativi, i modelli dell’Urbe, è il caso del teatro di Arles, che presenta notevoli punti di contatto col teatro di Marcello a Roma; ma queste analogie, per la città di Arles, come per altre città della provincia, rientrano in un programma celebrativo più vasto e complesso, che l’Autore ben delinea e che, in questa città, contempla, tra l’altro, la dedica di un clipeus virtutis, nonché il ritratto di giovane con barbula che, oggi si preferisce considerare come quello del nipote di Augusto, morto prematuramente nel 23, M.Claudius Marcellus. E così via.
frejusQuesti oppida monumentalizzati, queste città sorte ex novo, sono cinte da mura (bello il disegno a colori della porta a tenaglia di Fréjus: ‘porte de Rome’, a pag.56) autorizzate dall’autorità centrale, e qui l’Autore, in relazione alla colonia Augusta Nemausus, e all’iscrizione che definisce la cinta muraria e le sue porte come dono di Augusto, prospetta una duplice interpretazione, cioè che l’intervento statale si sia limitato a concedere il solo diritto a costruire, o quanto espresso si debba intendere come una partecipazione statale alla spesa dell’intervento difensivo.
La celebrazione della famiglia imperiale si concretizza, poi, con la costruzione di templi consacrati al culto dinastico (è il caso dell’Augusteum, vasto complesso creato attorno ad una fonte perenne, con altare centrale, ed annesso teatro, nonché della celebre Maison Carrée, tempio sul foro, sempre a Nîmes), spesso preferiti ai Capitolia, e con la correlata istituzione di cariche sacerdotali preposte al culto imperiale, o con gallerie di ritratti che celebrano la famiglia imperiale (è il caso dei ritratti della dinastia giulio-claudia ritrovati, nel 1844, in un edificio, probabilmente avente funzioni di basilica, ai margini del foro della colonia Iulia Septimanorum Baeterrae).
Per le epoche successive, invece, dalla dinastia flavia all’epoca severiana (ricordiamo che la pubblicazione, oggetto di questa recensione, si prefigge quale limite cronologico il III sec.d.C.), l’intervento imperiale è focalizzato su altre tipologie di edifici pubblici, in particolare gli anfiteatri (Arles, Nîmes), cui sono spesso connessi luoghi deputati al culto imperiale, nonché i circhi.
Come attestato dalla lex de flamonio Provinciae Narbonensis, iscrizione su bronzo ritrovata a Narbo nel 1888, di età vespasianea, il culto provinciale dell’imperatore, cui era preposto il flamen, era praticato e regolato da ben precise norme.
Ma l’Autore non trascura l’architettura privata, di cui mostra con esempi la duplice filiazione sia dagli schemi ellenistici, della casa a pastas, sia dal tipo di casa italica ad atrio con tetto compluviato ed impluvium. Agli inizi dell’età augustea a Narbo si risconta anche l’adozione di un tipo canonico di casa ‘pompeiana’ con atrio in asse con le fauces, tablino e viridarium porticato, con annesso oecus.
Ma è in età imperiale che si riscontrano gli sviluppi più inconsueti; l’Autore mostra l’esempio significativo di Vaison-la-Romaine, di un impianto a peristilio, la Maison du Dauphin, sorto negli anni 40-30 a.C., e delle sue trasformazioni in concomitanza con l’urbanizzazione dell’agglomerato e con la crescita economica del proprietario, dove ad un certo punto (fine I - inizi II d.C.) viene incuneato in uno spazio di risulta, all’interno del complesso, un atrio tetrastilo che non ha più alcuna funzione se non quella di status symbol.
Particolarmente interessante, poi, l’argomento dell’architettura e dei riti funerari; dell’uso del fregio dorico (peraltro, riscontrabile anche in contesti struttivi non funerari: è il caso del muro di cinta del teatro di Arles, dove però esso è sormontato da un fregio a racemi), cui si associa il fregio d’armi, motivi adottati nelle regioni precocemente colonizzate da Roma, ed utilizzati per monumenti in forma di altare, i cui esempi più antichi di Narbonne, risalirebbero alla colonizzazione militare cesariana del 45 a.C., e poi diventati di uso comune da parte della ‘middle class’; nonché del fregio a racemi che si diffonde più tardi, prima della fine del I secolo a.C..
tyrraniaSi desidera, inoltre, segnalare in questa sede il bel sarcofago di Iulia Tyrrania (Arles) che mostra sulla sua faccia principale (lato destro) strumenti musicali ed elementi del culto di Cibele e Attis (Fig.99 a pag.119). Interessante perché mostra una chiara associazione dell’hydraulis, organo portativo pneumatico, al culto delle divinità Cibele ed Attis, di cui era già nota, invece, l’associazione col culto di Dioniso; si dice, infatti, che a Rodi esso, col suo suono, risvegliasse la statua del dio Bacco (D. Pandermalis, L’hydraulis di Dion, in Eureka. Scienza e prodigi da Archimede a Plinio. Catalogo della mostra, Napoli, 11 luglio 2005 - 9 gennaio 2006, pag.150 e ss.).
Per tutto il resto si rinvia alla lettura diretta della pregevolissima opera, oggetto di questa recensione.

JIIA Information'Journal of Intercultural and Interdisciplinary Archaeology'. ISSN 1824-1670. Copyright © 2003-2019.
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