Armement et auxiliaires gaulois

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Armement et auxiliaires gaulois
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Autore: Pernet Lionel
Titolo: Armement et auxiliaires gaulois (IIe-Ier siècles avant notre ère)
Editore: Éditions Monique Mergoil, 12 rue des Moulins - 34530 Montagnac (France)

 

Reviewed by Antonella D'Ascoli in September 2010

 

AArmement et auxiliaires gaulois. (IIe-Ier siècles avant notre ère) di Lionel Pernet, opera di notevole spessore scientifico, deriva, previa successiva elaborazione, dalla tesi di dottorato effettuato dall’Autore nell’ambito dell’UMR 8546 - AOROC École Normale Supérieure - Paris, in Protohistoire celtique, e discussa nel gennaio 2009 sotto la direzione di O. Buchsenchutz e Th. Luginbühl (co-tutelle).
Il volume è pubblicato (anno 2010) dall’Éditions Monique Mergoil nella Collezione ‘Protohistoire européenne’ (PE-12), diretta da Michel Py.
Il volume è strutturato in sei parti (Première partie: Buts, méthodes, contexte; Deuxième partie: L’armement romain d’époque républicaine; Troisième partie: L’armement dans les Gaules aux IIe et Ier siècles av.J.-C.; Quatrième partie: Les auxiliaires dans les Gaules aux IIe et Ier siècles av.J.-C.; Cinquième partie: Synthèses et conclusions; Sixième partie: Catalogues); una Introduction descrive scopi e metodi della ricerca in questione, seguono il quadro cronologico e geografico in cui ci si muove.
L’ultima parte contiene il catalogo dei contesti archeologici, la sintesi dell’opera in lingua francese ed un abstract in lingua inglese, nonchè la bibliografia spalmata su ben 19 pagine (ivi comprese le fonti letterarie antiche che vanno da un antico testo irlandese commentato da C. Guyonvarc’h e pubblicato dall’editore Gallimard nel 1994, poi, in rigoroso ordine alfabetico, da Appiano a Senofonte); seguono, dopo la bibliografia (che termina a pag.294), le 253 tavole contenenti i disegni dei reperti appartenenti a ciascun contesto esaminato e, talvolta, anche le rispettive fotografie d’insieme.
Ovviamente non mancano i Remerciements, le Abréviations, sia quelle relative alle riviste scientifiche consultate, sia quelle corrispondenti agli ambiti territoriali esaminati, cioè la zone A (zone Alpine), la zone B (zone Gaule Belgique), la zone C (zone Gaule Celtique), la zone N (zone Gaule Narbonnaise), la zone T (zone Gaule Transpadane).

Le prime Quattro sezioni del volume consistono in un’analisi critica del variegato contesto etnico delle Gallie, del fenomeno del mercenariato gallico che evolve nel II sec. a.C. nella mutata condizione giuridica degli ausiliari gallici, nell’analisi delle principali categorie dell’armamento gallico e romano (gladii, spade, elmi, scudi e lance). Ovviamente tale analisi dei contesti (sepolture, campi di battaglia, siti di abitato, santuari, deposizioni nel letto dei fiumi) e relativi materiali, finalizzata all’individuazione, nei summenzionati ambiti territoriali di indagine (5 zone), della presenza di ausiliari gallici o di potenziali ausiliari, è allineata all’analisi costante delle problematiche storiche e politiche relative agli effetti della romanizzazione.

Nella Première partie: Buts, méthodes, contexte (pag.15 e seg.) è tracciato innanzitutto il quadro geografico e cronologico con una premessa chiarificatrice circa l’etnico, difatti Galli, cioè abitanti delle Gallie, erano definiti dagli autori latini, mentre Keltoi era il termine in uso presso i greci (J. L. Bruneaux), sebbene si sia giunti all’equivalenza tra “Celti-Galati-Galli” (C.Goudineau, 2004).
L’analisi contempla esclusivamente il fenomeno degli ausiliari, fenomeno che comincia nel II sec. a.C., quando anche nelle fonti letterarie si abbandona il termine “mercenario” (i Celti, si ricorderà, erano stati mercenari dei popoli mediterranei sin dal V secolo a.C.) a vantaggio del termine “ausiliario”, che presuppone una diversa condizione giuridica.
L’ambito geografico di interesse è dall’Autore così delineato: a sud esso è delimitato dal Po e dai Pirenei, ad ovest dall’Atlantico, a nord dal Reno e ad est dalle Alpi.
Segue un cenno alla historiographie (pag.19) sull’argomento che però, come segnala l’Autore, non ha mai contemplato, come invece il presente volume, un approccio combinato delle fonti archeologiche e storiche insieme: punto di partenza gli studi del Cheesman e del Saddington, rispettivamente del 1914 e del 1982, incentrati, in particolare, sulla genesi dei corpi ausiliari; più specifica per le Gallie l’opera del Wolters (1990) riguardante il periodo della conquista. Relativamente agli “auxilia” impiegati, ma per altri ambiti geografici, sono citati Hamdoune (1999), Kraft (1951), nonchè Holder (1980) che ha affrontato il problema per l’età imperiale, da Augusto a Traiano. Più recentemente sempre per le Gallie, Poux (1999), Jacques/Prilaux (2003) e lo stesso Pernet (2008).

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Nel capitolo 3 della Première partie l’Autore affronta sinteticamente e criticamente, tra l’altro, le seguenti questioni: “Le mercenariat celtique du Ve au IIe siècle av. J.-C.” e “Le mond méditerranéen, Rom et son armée”. Quanto al primo argomento, riguardante specificamente il mondo celtico, l’ultima monografia risale al 1927 (A.Wienicke), mentre contributi specialistici sono anche inclusi in sintesi dedicate ai Celti (Moscati, 1991; Kruta, 2000). Ai fini dell’analisi del mercenariato l’Autore considera, dapprima, le fonti scritte: i greci utilizzavano i termini ‘xenos’ per i soldati alleati e ‘mistophoros’ per i salariati, comunque, si trattava sempre di stranieri, non appartenenti alla polis; per i romani, i soldati non legionari erano alleati.
Quanto ai Celti, il fenomeno del mercenariato, osserva l’Autore, può essere delineato per il periodo compreso tra V sec. a.C. e II secolo a.C., periodi per i quali si dispone dei testi, illuminanti, degli autori greci e latini, nonchè di dati archeologici significativi, quali, ad esempio, la scoperta di armi celtiche su siti mai occupati dai celti (Sicilia, Grecia, costa orientale dell’Adriatico ecc.).
Nel territorio delle Gallie emblematico sembra essere il caso di Massalia che alla fine del III secolo, stando a Polibio, assolda mercenari gallici (mistophoroi), tuttavia, il rapporto tra Massalia ed il suo retroterra, attraverso la via fluviale del Rodano, aveva anche natura commerciale. Già alla fine del VI sec. iniziano le prime emissioni monetali di Massalia (525-520 a.C.), in sostituzione della monetazione focea, e questo fenomeno investe anche il retroterra massaliota (tutta l’attuale Provenza), si tratta di una monetazione di oboli, moneta che mal si adatta al pagamento di soldati mercenari (Py, 2006), e che sarà servita principalmente per gli scambi commerciali, pur, tuttavia, l’Autore sebbene condivida le opinioni correnti (A.Furtwängler) circa la difficoltà di far risalire il fenomeno del mercenariato al V secolo, tuttavia, lascia aperta la possibilità di una valutazione retroattiva del fenomeno.
Anche la presenza di Galli nell’Italia del nord che le fonti (Tito Livio, Polibio) collocano agli inizi del IV secolo a.C. va letta nel quadro dei rapporti tra Celti ed Etruschi; un forte legame tra mercenariato e migrazioni è leggibile per il IV secolo, sebbene, tale complessità, conferma l’Autore, potrebbe farsi risalire già al V secolo a.C.
Per quanto riguarda i Celti al soldo di Cartagine, poi, c’è una testimonianza di Erodoto relativa alla battaglia di Himera (480 a.C.) circa la presenza di Elésiques (Elusati) nell’esercito cartaginese; l’Autore osserva che la presenza di numerosi guerrieri con armi di tradizione lateniana (Schwaller et alii, 2001) nella necropoli di Enserune, necropoli collegabile a questo popolo “…constitue un indice en faveur de la presence de mercenaries dans cette region”.
Nelle Elleniche di Senofonte si fa menzione esplicita di Dionigi il Vecchio come reclutatore di mercenari celti ed iberici al servizio di Siracusa, inviati nel 369-368 a.C. al fianco degli Spartiati contro Tebe. Tuttavia, anche già prima di questa data si ha notizia di reclutamento (398-397) di mercenari (i celti non sono espressamente designati), per i quali, come sostiene Diodoro, Dionigi fa produrre armi sul modello di quelle dei mercenari, al fine di dotare questi ultimi di armi ad essi congeniali per tradizione. L’Autore allinea a queste fonti storiche uno scudo celtico da Camarina databile al V sec. a.C., nonchè un elmo di tipo celtico-etrusco trovato a Selinunte e databile agli inizi del IV secolo.
Anche Cartagine impiega Celti nel IV secolo a.C.; per il III secolo a.C. mercenari celti vengono ingaggiati dai sovrani ellenistici.
Il mercenariato gallico è, dunque, un fenomeno collocabile, tra l’inizio del V sec. a.C. e l’inizio del II sec.; nella penisola italiana, le Marche, dove si erano installati i Galli Senoni nel IV secolo a.C. e la Liguria, in base alle fonti, sono da considerarsi bacini di reclutamento.
L’Autore sottolinea il ruolo importante del mercenariato nello scambio culturale e nella distribuzione della ricchezza. Elemento importante per il mercenariato gallico sono la moneta ed il bottino, come si evince dalle fonti; le emissioni greche e siciliane di oro e di argento servono essenzialmente alla paga del soldato (Y.Garlan, 1999). Le finalità della monetazione gallica in metallo prezioso più che orientata ad un uso religioso, deve essere servita per il mantenimento di clientele, cioè di forze armate nell’ambito di un’ “economia premonetale” fino al II secolo a.C. (Brunaux, 2004); solo successivamente dopo lo stabilirsi di mercanti romani sul suolo gallico, le emissioni monetali in bronzo e non più in metallo prezioso, che continuano ad essere utilizzate come paga dei soldati, entrano ormai in forme di economia di tipo monetale più complesse.
Al paragrafo 3.2.2 (pag.27 e seg.) vengono delineati gli aspetti salienti della condizione di mercenario: soldato remunerato con danaro e bottino. Egli esercita professionalmente il mestiere presso un esercito straniero; l’Autore ricorda, inoltre, che il II secolo a.C. rappresenta un periodo di profonde trasformazioni dell’esercito romano che, da esercito censitario non permanente diventa un esercito professionale. Le numerose campagne militari del III e II secolo impongono di reclutare un numero sempre crescente di soldati non cittadini, tali truppe sono definite “auxilia”, un concetto giuridico che appare alquanto fluido per il II e I secolo, ma che si riferisce sempre a soldati tutti non cittadini. In età repubblicana Roma intrattiene differenti tipi di relazioni con i popoli sottomessi o alleati; da questa potente strategia di rapporti internazionali scaturiscono determinate condizioni giuridiche, base del reclutamento, etnico o individuale.
L’Autore ne delinea sinteticamente le cause: una guerra o pressioni politiche determinano una ‘deditio’ dei vinti, in seguito alla quale questi ultimi vengono disarmati, cedono ostaggi, e si assumono i costi della guerra. Un ‘foedus’, trattato di alleanza posto sotto la protezione della divinità, regola gli obblighi finanziari e militari; ‘foedera aequa’ e ‘foedera iniqua’, i primi contemplano obblighi di reciprocità in caso di attacco da parte di terzi; mentre i secondi, facenti seguito ad una ‘deditio’, stabiliscono condizioni non paritarie, di inferiorità della parte non romana. Il concetto di diritto internazionale amicus o amicitia evolve nel corso del II secolo a.C. per diventare una relazione di tipo ‘foedus’. Gli amici di Roma, quindi, non assumono più un aspetto neutrale nei conflitti, ma finiscono con l’avere un obbligo di sostegno nello sforzo militare a favore di Roma. L’Autore, in sintesi, prospetta (sulla base delle fonti antiche e della storiografia) 3 soluzioni per il reclutamento di ausiliari: truppe fornite dagli alleati, detti ‘socii’ e ‘auxilia’; truppe fornite dai popoli amici di Roma, chiamati ‘auxilia’; truppe denominate ‘auxilia externa’ fino al 90 a.C., poi semplicemente ‘auxilia’, si tratta in quest’ultimo caso di una leva di truppe ausiliarie vicine al teatro delle operazioni militari (leva temporanea).

L’Autore delinea, poi, sinteticamente la formazione dell’esercito romano tardo-repubblicano. Agli inizi del VI secolo a.C. esso è basato sulla riforma serviana che organizza il popolo in 5 classi censitarie, a fini elettorali e militari, in relazione alle quali si verificava la leva e l’armamento dei soldati. La struttura dell’esercito evolve, poi, con la creazione della legione manipolare, costituita da manipoli (piccole unità da 120 a 160 uomini – 2 centurie – disposte ad intervalli e in quinconce), diventando così più flessibile, meno monolitica; e puntando sulle capacità fisiche degli hastati e dei principes, nonchè dei triarii (gli armati più anziani) solo in caso di défaillance delle prime linee. La disfatta di Canne e la guerriglia iberica contro Roma del II a.C. impongono una nuova struttura dell’esercito basato sulla coorte, unità intermedia tra il manipolo e la legione (1 coorte raggruppa 3 manipoli, ossia 6 centurie, circa 400-500 uomini). Questa struttura sarà utilizzata per tutto il II secolo, in particolare, sul fronte iberico, e farà il successo di Mario contro i Cimbri. Progressivamente anche il censo necessario per servire nell’esercito romano, che rimane un esercito censitario non permanente e costituito in gran parte da cittadini, decresce progressivamente, dagli 11000 assi dell’epoca serviana, ai 4000 assi della metà del II secolo a.C., ai 1500 dell’epoca di Cicerone, per arrivare alla riforma, rivoluzionaria, di Gaius Marius del 107 a.C. che, per ricostituire i ranghi delle legioni d’Africa, abbassa la soglia di censo a zero, assicurando così l’accesso ai proletari che non avevano altra ricchezza che la propria persona, capite censi (pag.31); questa apertura avrà come conseguenze l’allungamento della durata del servizio nell’esercito, nonchè l’attaccamento dei legionari ai loro generali. Mario introduce un nuovo modo di costruire il pilum, introduce l’aquila come unico simbolo della legione.
I maggiori studi riguardanti il fenomeno degli ausiliari sono quelli del D.B.Saddington, di G.L.Cheesman, la maggior parte degli studi, poi, si concentrano sull’alto impero, poichè è proprio dall’inizio della Guerra civile tra Cesare e Pompeo (49 a.C.) che si riscontra una crescente e più consistente massa di dati, testi, fonti epigrafiche, che permettono di analizzare più in dettaglio l’evoluzione del fenomeno. Cadiou (2008) esamina il fenomeno per la penisola iberica.
Nel II secolo a.C. e fino a Cesare, comunque, le truppe ausiliarie vengono reclutate su base cittadina (a livello di città) o su base etnica; Polibio descrive le modalità della leva delle truppe ausiliarie che convogliate in un determinato luogo con un ufficiale indigeno ed un ufficiale pagatore, erano ricevute da un prefetto e si stabilivano insieme alle truppe legionarie in un campo militare. Il reclutamento su base etnica continua anche con Cesare e sotto Augusto, ma non ha carattere regolare. Un aspetto importante è il comando delle truppe ausiliarie che viene affidato ad un capo indigeno, questi aristocratici ottengono uno statuto particolare che li conduce ad ottenere, poi, la cittadinanza romana. L’importanza assunta da questi aristocratici si traduce nell’adozione di rituali funerari che contemplano la deposizione di armi, riservata ad una élite politica e militare. Questo tipo di reclutamento più individuale, nell’ambito dell’organizzazione militare cesariana, porta alla costituzione di una aristocrazia guerriera e dei suoi clienti al servizio di Roma. Augusto mantiene questo tipo di reclutamento su base etnica; nel trattato che Roma stipula con il popolo conquistato, viene regolata anche la quantità di ausiliari che sarà mobilitata; le truppe dei popoli che hanno fatto “deditio” sono accasermati negli stessi accampamenti dei legionari.
Altro argomento trattato riguarda la cavalleria romana (pag.33) considerata come un’arma minore in un esercito che privilegiava la fanteria; a partire dal 2° consolato di Mario non vi è più cavalleria legionaria, ma cavalieri ausiliari. Dal 300 al 100 a.C. ciascuna legione era accompagnata da un contingente di cavalleria legionaria formata da 200/300 cavalieri; a questo si aggiungevano le ali degli alleati ed eventualmente delle truppe reclutate fuori dall’Italia. Questa situazione cessa nel momento della transizione tra II e I secolo a.C.. L’Autore riferisce l’opinione di J.B.McCall, e quella meno accettabile di Rambaud. Comunque, la cavalleria è un’arma in cui i Galli hanno servito come ausiliari.
Altra questione affrontata dall’Autore (pag.34) riguarda la proprietà delle armi del legionario in età repubblicana, le quali sono concesse dallo Stato che equipaggia il legionario, e quindi appartengono allo Stato (come prevedeva una legge di Caio Gracco), ma R.Marichal ha mostrato, sulla base dei papiri egiziani che il soldato partecipa di suo al proprio equipaggiamento.
Tale problematica è collegata, ovviamente, all’utilizzo delle armi alla fine del servizio, esse potevano essere dedicate alle divinità indigene, di qui il ritrovamento in ripostigli o nel letto dei fiumi.
Tuttavia, se nella Roma repubblicana le leggi suntuarie (sumptuariae leges) impedivano il deposito di ricchi oggetto personali nelle tombe, al contrario le manifestazioni funerarie dei Galli erano l’espressione più eloquente dell’aristocrazia.

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Nel capitolo (4) sulle fonti (pag.35), l’Autore, ribadisce che il presente lavoro si basa sui dati archeologici, la cui analisi impone i metodi tipici di questa disciplina, ma l’argomento stesso (mercenari ed ausiliari gallici) impone parallelamente l’analisi delle fonti storiche (testuali ed epigrafiche).
I dati archeologici sono basati principalmente su deposizioni funerarie, con presenza di armi (anche qui l’Autore ha fatto delle scelte contemplando le sepolture che avessero almeno uno degli oggetti seguenti: spada o gladius, punta di lancia, umbone di scudo o elmo; non si sono prese in considerazione le tombe con la presenza del grande coltello poichè non considerato come un’arma, e nemmeno tombe con asce, sebbene tale oggetto sia parte dell’armamento ma in ambito treviro).
L’Autore ha preso in considerazione per ciascun ambito geografico le tombe più rappresentative pubblicate o inedite, e di cui ha preso visione, nonchè i materiali provenienti da siti di battaglia, santuari e siti di abitato. Ovviamente ogni contesto archeologico è inquadrato in un preciso ambito cronologico basato sulla tradizionale periodizzazione della cultura La Tène (Fig.7, pag.36), nonchè geografico.Un paragrafo (pag.37) è dedicato all’interpretazione dei depositi funerari sulla base della più recente bibliografia specialistica, in relazione alla quale l’Autore dichiara di porsi sulla linea degli etnologi, in particolare, di A.Testart (2001) rigettando l’approccio positivista che non lascia alcuno spiraglio alla ipotesi interpretativa ed all’intuizione nell’analisi delle deposizioni funerarie, e considerando, invece, insieme a Testart gli oggetti deposti nelle tombe, non come offerte funerarie, ma come oggetti personali del defunto, che intendono confermare, nel caso delle armi, la sua identità di guerriero.



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